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News.Attico.it intervista l’architetto William Pascoe, socio dello Studio A. Zanuso Architetti Associati di Milano, sui progetti per l’Italia di architettura sostenibile.

William PascoeLaureato alla Columbia University di New York, l’architetto William Pascoe è un autorevole fautore dell’edilizia sostenibile, i cui principi base cerca di applicare, a dispetto di ogni genere di difficoltà, nell’ambito della sua attività, che si svolge principalmente in Italia, dove vive ormai da molti anni. Tra i suoi principali lavori, la direzione della ristrutturazione del Palazzo Ex-Stelline di Milano, di vari palazzi per uffici e di grandi spazi commerciali per megastore nel capoluogo lombardo e in altre città del nord Italia. Inoltre, ha curato il progetto vincitore per il sistema urbano Piazza Duca d’Aosta/Piazza della Repubblica a Milano. Con William Pascoe, abbiamo parlato di architettura sostenibile, in particolare del momento che questa tendenza attraversa in Italia, in un periodo di crisi sia dell’economia in generale sia del mercato immobiliare nello specifico.

Uno dei concetti chiave nella progettazione oggi è senz’altro quello della sostenibilità. Come si concretizza realmente, secondo lei, e quale processo è necessario per raggiungere questo obiettivo?
Sostenibilità significa avere una logica parsimoniosa relativamente all’impiego delle risorse per raggiungere un obiettivo. Per costruire una città, un complesso edilizio oppure una stalla, bisogna comunque impiegare risorse intese come territorio, suolo, materie prime, energia, acqua ecc. Occorre considerare i consumi energetici legati alla gestione e alle manutenzioni, i materiali di consumo e i relativi costi di trasporto, lo smaltimento delle scorie e, infine, lo smantellamento definitivo di tutto in base a una ragionevole stima della durata del ciclo vitale del manufatto. I progetti che nascono da un processo così approfondito sono frutto di un lavoro di squadra interdisciplinare di professionisti e tecnici con un’adeguata preparazione culturale sui temi.

D) Non esiste una contraddizione tra il concetto di megalopoli e la tutela ambientale? Qual è l’approccio più corretto da un punto di vista urbanistico e architettonico?
Ovvio che una contraddizione esiste, in quanto la megalopoli comporta un grandissimo consumo di territorio, con alti costi di gestione e una notevole produzione di scorie da smaltire altrove. Del resto, si tratta di realtà che sono l’effetto di trasformazioni avvenute nel corso del tempo, ovvero di agglomerati urbani sviluppatisi a dismisura in seguito a fattori economici e sociali. Gli interventi di oggi possono mirare al miglioramento di una situazione critica preesistente. Solo il modello cinese (vedi Shanghai) pianifica nuovi insediamenti del tipo megalopoli, ma si tratta del caso unico di una proposta, peraltro discutibile, che ha l’obiettivo di alleviare i disagi dovuti all’acuto stress socio-economico di un paese enorme, con un tasso di crescita altissimo e un miliardo di lavoratori a disposizione, ma anche a carico.

D) Si parla tanto di edifici a impatto zero. Cosa significa realmente e cosa comporta a livello di progettazione?
Tutto ha un impatto e, pertanto, niente arriva gratis. Per dirla tutta, solo stare assolutamente immobili (non respirare, non mangiare, non costruire) ha “impatto zero”, ma vivere è un’altra cosa, quindi questa alternativa ipotetica è del tutto irrealistica. Esiste comunque un metodo di valutare le scorie dei consumi di un’attività qualsiasi, in termini di rilascio di carbone nell’ecosistema – per esempio, nella gestione di un complesso edilizio – e di controbilanciarle con misure compensative, come piantare alberi che rilasciano ossigeno, nelle zone più remote del mondo. In generale, per ridurre l’impatto di gestione sono indispensabili le fonti rinnovabili di energia. A livello della progettazione, invece, occorre confrontare in partenza le altre questioni relative all’edilizia sostenibile che, oltre alla fase della gestione/manutenzione, riguardano moltissimi altri aspetti.

D) Quali problemi si incontrano oggi nel lavorare a progetti di edilizia pubblica? E con i privati?
In generale, il problema riguarda la committenza, che punta da sempre su risultati a breve/medio termine sotto il profilo dei ritorni sugli investimenti e, di conseguenza, non prende nemmeno in considerazione proposte mirate al risparmio – e quindi a una maggiore sostenibilità – nel medio/lungo termine. Oggi, poi, la crisi finanziaria ha ridotto all’osso le risorse disponibili per molti operatori e peggiorato ulteriormente le prospettive. Detto ciò, purtroppo, il committente pubblico ragiona soprattutto in termini di consensi, misura i propri interventi quasi esclusivamente sulle scadenze elettorali e non è in grado di portare a termine progetti di ampio respiro basati su uno sviluppo di qualità.

D) Quali delle opere da lei ideate le sono rimaste nel cuore?
Quelle con un’incidenza reale sulla città. A Milano, per esempio, quelle che formano nuovi spazi urbani, come il complesso residenziale tra le vie Solari, Stendhal e Savona, e quelle che ridefiniscono gli spazi urbani preesistenti, come il sistema di Piazza Duca d’Aosta/Piazza della Repubblica.

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